Il valore della verità e l’idea di Satyagraha

Riconsiderare i concetti di attivismo sociale di Gandhi per il mondo di oggi

articolo di Cornelia Oppermann

Siamo appena usciti da un periodo che è stato pesantemente marcato da proclami mediatici e politici riguardanti la vita e la morte, verità e menzogne… Direzioni come “l’allontanamento sociale” ci sono state imposte per mesi ed essendo proclamate come “necessità assolute” decisive tra la vita e la morte, non erano in nessuna maniera discutibili.

Le proclamazioni delle cosiddette “verità” – lasciate da parte il loro carattere gravoso e coercitivo – portano in sé però un’ unica possibilità, ed è il risveglio di un’intuizione più intima che tutti gli esseri umani possiedono: la ricerca della verità fondamentale dietro le cose. Questa ricerca è sempre un viaggio, non è facile arrivare a un risultato definitivo. Per lo più rimarremo un po’ nell’ oscurità, cercando, tastando e mettendo alla prova questo nostro senso interiore che è legato al cuore e anche al nostro senso di giustizia. Queste sensazioni intuitive o sentimenti più intimi hanno una risonanza con la realtà esterna e oggettiva. Con la ricerca scientifica e razionale potremmo, in primis, trovare una via verso la verità. Tuttavia, ci saranno sempre aspetti dell’intera realtà che ci saranno nascosti, forse perché l’intero quadro è più grande di quello che i nostri sensi fisici possono cogliere e forse perché il nostro senso di realtà interiore non è ancora pienamente cresciuto fino a cogliere la sua piena scala. Se cerchiamo la verità, dobbiamo in ogni caso presumere che esista una dimensione di oggettività, quindi imparziale e libera dal nostro personale senso di armonia o di desiderio.

Nel sanscrito, la lingua indiana degli studiosi, “sat” significa esistenza, realtà, mentre “a-sat” significa non-esistenza o non-realtà, qualcosa che è effimero e non ha una base duratura. „Sat-ya“ è quindi radicata in un’oggettività, è profondamente ancorata alle leggi della vita su scala universale, così come in una realtà oggettiva esterna. Quindi, quando parliamo di veridicità nel senso di “satya”, dobbiamo credere e confidare in questa dimensione di oggettività. Sicuramente ci sono “molte verità” (1) quando parliamo in termini soggettivi, ma tutti noi abbiamo anche avuto esperienze personali con la menzogna e la manipolazione per sapere che la verità non può essere sostituita arbitrariamente. Nella filosofia indiana troviamo il termine “verità” tra i valori chiave a cui ci si deve aggrappare, quando si vuole evolvere. Una persona che usa la menzogna e la manipolazione come mezzo per raggiungere i suoi obiettivi, non sarà mai in grado di raggiungere una crescita spirituale o la liberazione. È interessante notare l’importanza del “satya” nello studio di discipline come lo yoga, in quanto costituisce uno dei passi fondamentali del cammino. (2)

La cultura spirituale indiana, sebbene sia sempre stata molto organizzata in termini filosofici, ha un approccio molto individualistico. In India troviamo monaci erranti che chiedono l’elemosina, sannyasis, che dedicano tutta la loro vita alla ricerca di Dio, o del divino. È una ricerca individuale, non si sciamano come collettivo. È quindi interessante individuare un concetto come “satya-graha”, che ha chiaramente una connotazione sociale e politica. Satyagraha è stato sviluppato da Mohandas Karamchand Gandhi, noto anche come “Mahatma” (che significa “grande anima”), che ha portato l’idea e il valore di “satya”, a cui ha personalmente aderito fin dalla sua giovinezza, al contesto della società in generale e lo ha ancorato all’attivismo politico. (3)

Gandhi ha studiato per diventare avvocato nell’Impero Britannico del 1880. Nel 1893, il suo lavoro lo portò a Pretoria, in Sudafrica, dove si trovò ad affrontare personalmente la dura e violenta realtà della segregazione come un’usanza indiscutibile nella società sudafricana di quei tempi.

tratto dal film “Gandhi” di Richard Attenborough

Non voglio discutere l’intero spettro di opinioni che Gandhi avrebbe potuto avere sul tema della segregazione, anche in termini di differenziazione tra gli indiani e gli africani di colore. (4) Qualunque sia la natura e la complessità delle opinioni di Gandhi a proposito di questo argomento, possiamo concordare nel fatto che questo primo intenso incontro con la violenza della segregazione, da cui è stato personalmente colpito, lo ha fatto cercare per tutta la vita un percorso veritiero e dignitoso per uscire dall’ingiustificabile soggiogamento di una parte della società da parte di un’altra. È stata questa esperienza personale con l’ingiustizia, l’essere buttato fuori da un treno a causa del colore della sua pelle, che alla fine ha dato vita alla sua idea di satyagraha.

Non racconterò tutta la storia della vita di Gandhi, che è stata raccontata meravigliosamente anche nel film di Richard Attenborough, ma passerò subito al significato del satyagraha. Va aggiunto che Gandhi, come si può trovare anche nella sua autobiografia “La storia dei miei esperimenti con la verità”, ha continuato a riflettere su questo evento e su come dovrebbe affrontarlo al meglio, anche dal punto di vista morale o etico. Giunse alla conclusione che bisogna lottare per l’uguaglianza, perché non c’è verità e non ha senso trattare una parte della società come inferiore a un’altra. Agli occhi della verità, tutti i membri della società dovrebbero essere trattati allo stesso modo e avere uguali diritti. E bisogna aggiungere che egli non aveva il carattere per accontentarsi di essere consolato dal “solidale lamento” dei suoi concittadini indiani di fronte a queste cattive e dolorose condizioni. È stato per un chiaro ragionamento e – forse – per forza di carattere o per idealismo, che ha dato vita al suo primo movimento per i diritti civili a partire da questa umiliante esperienza personale, che ha portato lui e molti indiani sudafricani (la maggior parte dei quali lavoratori nelle miniere) prima in prigione, ma alla fine anche a un cambiamento positivo della legge riguardante la discriminazione della popolazione indiana in Sud Africa.

tratto dal film “Gandhi” (1982) di Richard Attenborough

Come si è visto in precedenza, “satya” è il termine sanscrito per verità, mentre “graha” significa: tenere a qualcosa, aderire. Spesso troviamo anche la traduzione di “la forza della verità”. Gandhi sviluppò il suo concetto di “aderire alla verità” con una forma di resistenza non violenta a condizioni ingiuste. Scelse il termine “satyagraha” per evitare la connotazione di passività. Il rifiuto di usare la violenza (“ahimsa” in sanscrito) non significa che si rimane passivi agli occhi dell’avversario. Ma contiene piuttosto l’idea che la resistenza dei satyagrahi dovrebbe essere un atto di superiorità morale o etica, nel senso: se prendo un colpo da te, mi farà male e potrebbe farti svegliare al tuo stesso comportamento violento, e ci impedirà di entrare entrambi in una spirale discendente di aggressività e violenza amplificante, come succede fondamentalmente in guerra.

Se riconsideriamo la violenza, la manipolazione e la perversione della verità (pensiamo al termine „fake news” che viene ora usato per perseguire tutte le opinioni che non sono in linea con la “verità” ufficiale e proclamata dal governo), potremmo trovare un’immensa utilità nel concetto di satyagraha di Gandhi. Seguendo questo principio, chi ha compreso una verità fondamentale fa voto di mantenerla, nonostante tutte le tentazioni che uno stile di vita “più facile” potrebbe offrire, coprendo questa verità o semplicemente chiudendo gli occhi su di essa. È il voto di lottare – in termini morali – per ciò che si è percepito come vero e non chinare il capo perché “queste sono e saranno sempre le circostanze stabilite”. Gandhi stesso ha vissuto questo esempio di coraggio e di impavidità, ha sopportato digiuni mensili per aprire gli occhi dei suoi avversari e avviare un cambiamento di condizioni inaccettabili – e ha preso molti colpi, forse anche il suo stesso assassinio. Ha scelto di non cedere alle opinioni generali della società o alle circostanze consolidate. Non era un tipo che faceva „comodo” agli altri, anzi era spesso una provocazione, anche se è sempre rimasto fedele al suo standard morale che ogni essere vivente deve essere trattato con rispetto. Ciò significava in pratica comportarsi in ogni incontro con la massima cortesia, a prescindere da quanto profondamente divergente fosse l’uno dall’altro per opinione o stile di vita. Fu proprio questa sua spina dorsale di ferro ma flessibile come bambù, questo suo ideale profondamente personalizzato ad alimentare la sua regale eppure più umana dignità, che non poteva non suscitare nei suoi interlocutori una stima sincera.

Secondo la dottoressa Vandana Shiva, fisica indiana e famosa attivista ambientale dei nostri giorni, “Satyagraha è la pratica più profonda della democrazia, un “no” dalla coscienza più alta – il dovere morale di non cooperare con la legge ingiusta e bruta e i processi antidemocratici perché ci sono leggi superiori a cui dobbiamo obbedire”. (5) È importante notare per una mente occidentale, che la filosofia indiana parla di “leggi superiori” ma le vede riflesse nella presenza quotidiana del satya. In termini filosofici indiani, non c’è una differenziazione tra il diritto civile “profano” e le leggi spirituali “superiori”, che noi occidentali potremmo cercare nella Bibbia o in altri libri religiosi. Ed è questa praticità della filosofia indiana che, a mio parere, la rende così preziosa per noi in questi giorni. Pertanto Vandana Shiva non è d’accordo sulla base della sua comprensione indiana dell’interconnessione di tutti gli esseri umani con un termine come “distanza sociale”, correggendola subito in “distanza fisica”. Lei ne percepisce la manipolazione, perché, dal suo punto di vista indiano, gli esseri umani hanno un corpo fisico (annamaya kosha) ma hanno anche molti altri corpi più sottili e quindi connessi alla nostra identità più profonda. Ed è questa identità più profonda che è il punto di connessione quando “interagiamo socialmente”, sia pure su molti chilometri di distanza fisica. E da questa comprensione indiana della veridicità percepisce il carattere manipolativo e distruttivo di queste creazioni apparentemente casuali di parole e significati. La “distanza sociale” trasporta in sé l’idea di solitudine e di isolamento, che è una condizione di dolore per un essere umano. Essere fisicamente soli, tuttavia, non significa necessariamente essere soli. Ma una persona sola (nel senso di “isolato”) può soffrire e quindi scendere a compromessi molto più facilmente per fermare questa sofferenza. Questo gioco di parole potrebbe mirare a creare circostanze sociali molto più ristrette rispetto al termine più fattuale “distanza fisica”. In sintesi, Vandana Shiva vede la ricerca di “satya” e il concetto di satyagraha di Gandhi anche come strumenti per affrontare in modo produttivo la nostra realtà attuale, il mondo che esce dal lockdown del “corona-virus”, dove ci troviamo ad affrontare molti più problemi di prima.

Satyagraha, quindi, nella nostra situazione attuale potrebbe implicare i seguenti passi:

1. Mettere in discussione le informazioni ansiogene che ci vengono date dai media e dai governi – basandoci coraggiosamente sul nostro proprio senso di verità. Lavorare per rafforzare questo senso di verità interiore, confrontando scientificamente le informazioni, cercando la logica, e anche cercando le motivazioni più profonde ed eventualmente approfittando delle parti.

2. Resistere a ciò che non consideriamo vero e giusto, secondo le nostre osservazioni esterne e il nostro ragionamento interiore. Prendiamo il semplice esempio pratico di creare montagne di spazzatura di plastica come risultato naturale della regola di usare i guanti di plastica quando andiamo a fare la spesa. Non possiamo semplicemente disinfettarci le mani quando entriamo in negozio? Oppure possiamo porre la semplice domanda pratica se indossare una maschera all’aperto ha senso: Un virus volerà davvero da un essere umano all’altro a distanza in spazi aperti pieni di ossigeno naturale, che funziona di per sé come un disinfettante naturale? Non renderà piuttosto più debole il nostro corpo, quando re-inspireremo costantemente la nostra anidride carbonica? Non tagliamo attraverso un ciclo naturale, che normalmente funziona in perfetta armonia? E non è un fatto reale che viviamo, respiriamo, digeriamo e funzioniamo grazie a miliardi di microrganismi e batteri, per esempio nel nostro intestino? Non abbiamo bisogno di virus e batteri per costruire un sistema immunitario più forte – e non è naturale vivere circondati e intrecciati da un mondo naturale? Possiamo porci queste domande e comunque – in modo indipendente – basarci sulla ricerca scientifica.

Satyagraha implica coraggio, e implica di non rifuggire dai confronti che questa veridicità finirà per provocare. Tuttavia, quando si guarda a Gandhi come esempio, egli ha basato il suo comportamento – nonostante la sua non compromissione nella veridicità – sull'”ahimsa”, la non violenza, astenendosi dal semplice combattere l’avversario, ma mantenendo sempre un atteggiamento colto di chiarezza, rispetto e considerazione. E anche se si potrebbe pensare al satyagraha in termini di attivismo collettivo o politico (certamente, per il cambiamento di sistema è necessaria una massa critica), esso deve comunque essere avviato da riflessioni personali e ragionamenti individuali che non possono mai essere sostituiti da uno slancio collettivo. Alla fine, si può essere un solitario e scegliere di vivere una vita tranquilla nella natura, e praticare ancora attivamente il satyagraha indagando la verità e resistendo all’ingiustizia su scala personale, decidendo attivamente come vivere la propria vita, e cosa si sceglie o si rifiuta di mangiare e comprare.

Finalmente, la domanda più fondamentale che dobbiamo certamente porci per uscire dalla crisi, proprio come ha fatto Gandhi quando ha affrontato l’India colonializzata e la soppressione del suo popolo: In che tipo di mondo vogliamo vivere? E a questa domanda si può dare una risposta solida solo se abbiamo il coraggio di affrontare le circostanze reali del nostro tempo e dove esse rischiano di portarci.

Così, concluderò con le parole di Vandana Shiva:

“Siamo sull’orlo dell’estinzione. Permetteremo che la nostra umanità, come esseri viventi, coscienti, intelligenti e autonomi, venga estinta, dalla macchina dell’avidità (cioè dai sistemi capitalistici neoliberali), che non conosce limiti e non è in grado di porre un freno alla sua colonizzazione e distruzione? Oppure, fermeremo la macchina e difenderemo la nostra umanità, la libertà e l’autonomia? Tante specie sono state portate all’estinzione, non più in grado di sopravvivere, perché le condizioni necessarie alla loro sopravvivenza non erano più disponibili. Abbiamo una scelta: continuiamo a proteggere le condizioni per la nostra sopravvivenza, o estraiamo tutta la vita per ‘profitto’ – lasciando un pianeta morto sulla nostra scia, sulla strada per il nostro funerale?”. (6)

(1) https://theconversation.com/the-truth-the-whole-truth-and-wait-how-many-truths-are-there-6955
(2) Yoga Sutra di Patanjali (eight limbs of Yoga, 1. yama)
(3) Gandhi “Un’autobiografia o la storia dei miei esperimenti con la verità”.
(4) https://theprint.in/opinion/ramachandra-guha-is-wrong-a-middle-aged-gandhi-was-racist-and-no-mahatma/168222/
(5) Intervista a Vandana Shiva su DiEM25 TV il 19 maggio 2020
https://www.youtube.com/watch?v=uIePOnP4eGk
(6) https://www.navdanya.org/bija-refelections/2020/05/17/my-earth-journey/
https://www.navdanya.org/bija-refelections/2020/03/18/ecological-reflections-on-the-corona-virus/

The value of Truth and the idea of Satyagraha

reconsidering Gandhi’s social activist concepts for the world of today

article by Cornelia Oppermann

We are just coming out of a period which was heavily burdened by mediatic and politic proclamations concerning life and death, thruths and lies… Directions such as „social distancing“ were imposed on us during months. And being proclaimed as „absolute necessity“ and as decive between life and death, they weren’t either questionable nor discussable.

Proclamations of so-called „truths“ – left aside their burdening and coercive character – carry in themselves however one chance, and that is the (re)awakening of an innermost intuition that all human beings possess: the search for the real truth behind the things. This search is always a journey, not easily one arrives at a definite result. Mostly we will remain a little bit in the dark, searching, groping and feeling with this inner sense of ours which is related to the heart, and also to our inner sense of justice. These intuitive sensations or innermost feelings have a resonance with an outer and objective reality. With scientific and rational research we might find a somewhat easier path to truth. However, there will always be aspects of the entire truth hidden from us, maybe because the entire picture is greater than what our physical senses can grasp and maybe because our inner sense of truth has not yet fully grown up to grasping its full scale. If we look for truth, we must in any case assume that there exists a dimension of objectiveness, thus impartial and free of our personal sense of harmony or wishful thinking.

In sanscrit, the indian language of scholars, „sat“ means existence, actual reality, whereas „a-sat“ means non-existence or un-reality, something which is ephemeral and has no lasting basis. Satya is therefore rooted in an objectiveness, it is deeply anchored in the laws of life on a universal scale, as well as in an outside objective reality. So when we speak of truthfulness in the sense of „satya“, we have to believe in and rely on this fact of objectiveness. Surely there are „many truths“ (1) when we speak in subjective terms, but we all have also had personal experiences with lie and manipulation in order to know that truth cannot be arbitraily replaced. In indian philosophy we find the term of „truth“ amongst the key values to which one has to hold on to, when wishing to evolve. A person which uses lie and manipulation as a means of achieving his or her goals, will never be able to achieve spiritual growth or liberation. It is interesting to note the importance of „satya“ when studying disciplines such as yoga, as it forms one of the basic steps of the path. (2)

Indian spiritual culture, although it is highly organized in philosophical terms, has always had a very individualistic approach. In India we find wandering begging monks, sannyasis, which dedicate their entire life to the search of god, or the divine. It is an individual search, they don’t swarm out as a collective. It is thus interesting to identify a concept such as „satya-graha“, which has clearly a social and politic connotation. Satyagraha was developed by Mohandas Karamchand Gandhi, also known as „Mahatma“ (which signifies „great soul“), who brought the idea and value of „satya“, to which he personally adhered from his youth, to the context of society at large and anchored it within political activism. (3)

Gandhi studied to be a lawyer in the 1880s British Empire. In 1893, his work brought him to Pretoria in South Africa, where he was personally confronted the harsh violent reality of segregation as an unquestionable custom in South African society of those days.

from the film “Gandhi” (1982) by Richard Attenborough

I won’t discuss the full spectrum of views Gandhi might have had on the issue of segregation, also in terms of differentiation between Indians and African black people. (4) Whatever the nature and complexity of Gandhi’s views in terms of this argument, we can agree in the fact that this first intense encounter with the violence of segregation, from which he was personally affected, made him search a lifelong for a truthful, dignified path out of unjustifiable subjugation of one part of the society by another. It was this personal experience with injustice, being thrown out of a train because of his skin color, which eventually gave birth to his idea of satyagraha.

I will not tell the whole story of Gandhi’s life, which has also been marvelously told in Richard Attenborough’s film, but go on immediately to the significance of satyagraha. It should be added that Gandhi, as can also be found in his autobiography „The story of my experiments with truth“, kept on reflecting on this event and on how he should best deal with it, also from a moral or ethical point of view. He came to the conclusion, that one must fight for equality, because there is no truth and no sense in treating one part of society as inferior from another. In the eye of truth, all members of society should be treated equally and have equal rights. And it must be added that he did not have the kind of character to contend himself with being consoled by „solidary lamentation“ of his fellow indian citizens about these bad and hurtful conditions. It was out of clear reasoning and – maybe – out of strenght of character or idealism, that he initiated his first civil rights movement from this humiliating personal experience, which brought him and many South African Indians (most of them workers in mines) first to prison, but eventually also to a positive change of the law concerning discrimination of the indian population in South Afrika.

from the film “Gandhi” by Richard Attenborough

As seen earlier, „satya“ is the sanscrit term for truth, whereas „graha“ means: to hold on, to hold fast. Often we find also the translation of „the force of truth“. Gandhi developed his concept of „holding on to truth“ with a form of non-violent resistance to unjust conditions. He chose the term „satyagraha“ in order to avoid the connotation of passivity. The refusal to use violence („ahimsa“ in sanscrit) does not mean that one remains passive in the eye of the adversary. But it contains rather the idea that satyagrahi resistance should be an act of moral or ethical superiority, in the sense: If I take a blow from you, it will hurt me and it might make you wake up to your own violent behavior, and it will preserve both of us from entering in a downward spiral of amplifying aggressiveness and violence, just like fundamentally in every war.

If we reconsider violence, manipulation and the perversion of truth (let’s just think of the term „fake news“ which is now used to prosecute all opinions with are not in line with the „official“ and government proclaimed „truth“), we might find immense usefulness in the concept of Gandhi’s satyagraha concept. Following this principle, one who has understood a fundamental truth takes a vow to hold fast to it, despite all temptation that an „easier“ way of life might offer, covering up this truth or simply close one’s eyes to it. It is the vow to fight – in moral terms – for what one has perceived as true and not bow one’s head because „these are and always will be the established circumstances“. Gandhi himself lived this example of courage and fearlessness, he endured monthlong fasts in order to open up the eyes of his adversaries and initiate change of unacceptable conditions – and he took many blows, maybe including his own assassination. He chose not to give in to society’s general views or established circumstances. He wasn’t a „cozy“ fellow, in fact he was quite uncomfortable, even though he always stayed true to his moral standard that each living being is to be treated with respect. This meant in practice to comport himself in each encounter with the highest courtesy, regardless how deeply divergent one would be from the other in opinion or way of life. It was indeed this iron-strong yet bamboo-like flexible spine and this deeply personalized ideal of his that nourished his royal and yet most human dignity, which couldn’t but inspire a sense of awe in his interlocutors.

According to Dr. Vandana Shiva, indian physicist and famous environmental activist of our days, „Satyagraha is the deepest practice of democracy, a „no“ from the highest consciousness – the moral duty to not cooperate with unjust and brute law and undemocratic processes because there are higher laws we must obey“. (5) It is important to note for a western mind, that indian philosophy talks of „higher laws“ but sees them reflected in the ever presence of satya. In indian philosophical terms, there isn’t a differentiation between the „profane“ civil right and the „higher“ spiritual laws, which we as occidentals might seek in the bible or other religious books. And it is this practicality of indian philosophy which, in my opinion, makes it so valuable for us these days. Therefore Vandana Shiva disagrees on the basis of her indian understanding of interconnectedness of all human beings with a term such as „social distancing“, correcting it right away into „physical distancing“. She senses the manipulation of it, because, from her indian point of view, human beings have a physical body (annamaya kosha) but they also have many other bodies which are more subtle and therefore connected to our deeper identity. And it is this deeper identity which is the connection point when we „socially interact“, may it be over many miles of physical distance. And from this indian understanding of truthfulness she senses the manipulative and destructive character of these seemingly random creation of words and meanings. „Social distancing“ transports in itself the idea of solitude and isolation, which is a condition of pain for a human being. Being physically alone, however, doesn’t necessarily mean being lonely. But a lonely person may be suffering and thus compromise far easier in order to stop this suffering. This word-play might aim at creating much more narrowing social circumstances than the more factual term „physical distancing“. In summary, Vandana Shiva sees the quest for „satya“ and Gandhi’s satyagraha-concept also as tools in dealing productively with our actual reality, the world coming out of the „corona-virus“ lockdown, where we are facing many more problems than before.

Satyagraha, thus, in our actual situation may imply the following steps:

1. Questioning the emotionalized information given to us by our medias and governments – basing ourselves courageously on our own sense of truth. Working to reinforce this inner sense of truth, scientifically comparing information, looking for logic, and also searching for the deeper motivations and eventually profiting parties.

2. Resistance to what we don’t consider true and just, according to our outer observations and inner reasoning. Let’s take the simple practical example of creating mountains of plastic garbage as a natural outcome of the rule to use plastic gloves when we go shopping. Can’t we just disinfect our hands when entering the shop? Or we may ask the simple practical question if wearing a mask outdoors is actually really making sense: Will a virus really fly over from one human being to another over distances in open spaces filled with natural oxygen, which is working in itself as a natural disinfectent? Will it not even make our bodies weaker, when we constantly re-inhale our own carbon dioxide? Don’t we cut through a natural cycle, which normally works in perfect harmony? And is it not an actual fact, that we live, breathe, digest and function thanks to trillions of microorganisms and bacteria, for example in our intestines? Don’t we need viruses and bacterias to built a stronger immune system – and is it not natural to be living surrounded und interwoven by a natural world? We can ask these questions and still – independently – base ourselves on scientific research.

Satyagraha implies courage and fearlessness, and it implies to not shy away from confrontations that this truth will eventually be causing. However, when looking at Gandhi as an example, he based his behavior – despite his non-compromising in truthfulness – on „ahimsa“, non-violence, refraining from merely fighting the adversary, but always maintaining a cultivated attitude of clarity, respect and regard. And even though one might think of satyagraha in terms of collective or political activism (certainly, for systemchange a critical mass is necessary), it must in any case be initiated from personal reflections and individual reasoning which can never be substituted by a collective momentum. In the end, one can be a loner and choose to live a quiet life in nature, and still practice actively satyagraha by investigating truth and resisting injustice on a personal scale, by actively deciding how to live one’s life, and what one chooses or refuses to eat and buy.

At last, the most fundamental question we certainly do have to ask ourselves in order to come out of the crisis, just as Gandhi did when facing colonialized India and the suppression of his people: In what kind of world do we want to live in? And this question can only be answered solidly if we take the courage to face the actual circumstances of our times and where they risk to take us.

Thus, I shall conclude with the words of Vandana Shiva:

„We stand at a precipice of extinction. Will we allow our humanity as living, conscious, intelligent autonomous beings to be extinguished, by the greed machine (i.e. neoliberal capitalist systems), that does not know limits and is unable to put a break on its colonisation and destruction? Or, will we stop the machine and defend our humanity, freedom and autonomy? So many species have been driven to extinction, no longer able to survive, because the conditions necessary for their survival were no longer available. We have a choice: do we continue protecting the conditions for our survival, or do we extract all life for ‘profit’ — leaving a dead planet in our wake, on our way to our own funeral?“ (6)

(1) https://theconversation.com/the-truth-the-whole-truth-and-wait-how-many-truths-are-there-6955
(2) Yoga Sutra of Patanjali (eight limbs of Yoga, 1. yama)
(3) Gandhi „An Autobiography or The Story of my Experiments with Truth“
(4) https://theprint.in/opinion/ramachandra-guha-is-wrong-a-middle-aged-gandhi-was-racist-and-no-mahatma/168222/
(5) Interview with Vandana Shiva on DiEM25 TV on may 19th 2020
https://www.youtube.com/watch?v=uIePOnP4eGk
(6) https://www.navdanya.org/bija-refelections/2020/05/17/my-earth-journey/
https://www.navdanya.org/bija-refelections/2020/03/18/ecological-reflections-on-the-corona-virus/

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: